Vivere ancora molte parti di sé come sconosciute induce spesso i giovani a considerarle nemiche, dei veri e
propri pericoli che covano dentro. Nel tentativo di disfarsene al più presto cercano di proiettarle fuori,
scegliendo di appiccicarle, di volta in volta, in quei soggetti che fanno paura o che li squalificano.
Nell'immancabile errore di buttare via il bambino insieme all'acqua sporca, si arriva facilmente a tacitare i
propri sentimenti e quindi l'area del sentire, pur di non avvertire gli insopportabili fastidi, le paure e le
contraddizioni del nostro vivere quotidiano.
E' importante riportare i ragazzi, ma se vogliamo anche noi operatori, verso un percorso di rivalutazione dei
sentimenti, dentro un contesto che ne possa permettere una riappropriazione serena e nello stesso tempo
profonda.
La barca a vela e il mare ci consentono di vivere questo "recupero", attraverso un mondo complesso e
perfino minaccioso ma allo stesso tempo compensativo, gratificante. Vitale.
Barca e mare permettono all'individuo di vivere momenti esaltanti, per esempio con un forza sette e vento
sui trenta nodi, con le mani sul timone e secchiate di acqua iodata che pizzica negli occhi. Ma anche di
apprezzare alcuni momenti di solitudine (la guardia notturna o la fonda in una baia deserta) e di percepirne la
forza che fanno crescere dentro, a differenza della "guerra" in cui l'unica forza la dà il "branco", per aver
condiviso con gli altri l'odio e la paura.
Rescator, con i suoi ospiti di bordo e il viaggio che compie, diventa un laboratorio di ricerca, di espressioni e
considerazioni diverse, a volte anche nuove (cercheremo di spiegarlo pi avanti, durante questa prima parte
introduttiva). La barca ed il mare, sottratti ad un meccanismo estivo di moda ed elite, diventano un
"territorio" eccitante da una parte, ma anche sentimentalmente ed emozionalmente nutritivo dall'altra.
In buona sostanza la vita di bordo diventa un eco sistema adeguato per far riemergere "il sentire", e
"l'ascoltare", e per non disperdere gli effetti salutari di una buona educazione sentimentale.
Sono convinto che esiste una parte della nostra "società", una parte trasversale, che appartiene a tutti gli
uomini indipendentemente dall'età, dal sesso, dalla religione o da altro, eccÉ, ma che forse in alcuni pi
sviluppata e in altri meno.
E' una consapevolezza in grado di costruire un tempo, uno spazio e un mondo di
relazione nuovi e diversi in sintonia sempre pi con i sentimenti e sempre meno con l'utilitarismo di cui la
nostra società pervasa. E' una parte silenziosa a cui bisogna dare ascolto con straordinaria pazienza e
coraggio, perché non vi è' dubbio alcuno che si tratta anche della parte pi ricca.
... infinitamente pi lungo e praticamente impossibile a identificarsi la legione, l'esercito di coloro che lavorano per l'umanità in infiniti modi anche senza rendersene conto e che non aspirano mai ad alcun possibile premio perché non hanno scritto opere, atti e comunicazioni accademiche.
Esiste certamente un esercito di anime pure, immacolate, e questo l'ostacolo (certo insufficiente) al diffondersi di quello spirito utilitario che in varie gamme si spinge fino alla corruzione, al delitto e ad ogni forma di violenza e di intolleranza.
E ancora più avanti nel discorso: ...mi fa impressione il fatto che una sorta di generale millenarismo si accompagni a un sempre pi diffuso comfort, il fatto che il benessere (là dove esiste, cio in limitati spazi della terra) abbia i lividi connotati della disperazione. (Eugenio Montale, discorso tenuto in occasione del ricevimento del Premio Nobel. 1975)
Il nostro il tentativo di far emergere in questi giovani la consapevolezza di questa parte importante e
preziosa: quello che segue ne il racconto.
Il racconto di questa storia, perché sia chiaro che di una storia si tratta, inizia come sempre qualche anno
prima, con fatti, iniziative, alcuni imprevisti e molto altro ancora.Cercheremo di raccontarla (il plurale
d'obbligo perché molti sono gli interpreti, e la maggior parte di loro ha voluto di proprio pugno farla entrare
qui dentro) priva di giudizi, di sottolineature blu e rosse sul tale errore o sulla tale decisione, priva in buona
sostanza di ogni pi elementare divisione su ci˜ che bene e ci˜ che male (Comincia da qui la differenza?).
Una buona parte degli interpreti di questa, lasciatemelo dire subito, bella storia, non sono dei professionisti:
non lo sono i minori (in questo caso sono giovani messi alla prova o in attesa di giudizio, nessuno dei
partecipanti proviene dal carcere o ha misure restrittive di alcun genere) intrappolati nelle maglie della
giustizia, alcuni alle prime armi, troppo presto quindi per poterlo dire. Non lo sono i marinai, alcuni come
vedrete giovanissimi, che per la prima volta si cimentano in navigazioni interiori, non meno pericolose e
imprevedibili delle altre. Non lo sono gli operatori e le psicologhe dei servizi sociali, per altro bravissime nel
loro mestiere, e con una notevole carica umana, la cui scrivania ha per˜ cominciato improvvisamente ad
ondeggiare creando spesso opportune perplessità.
I nomi reali, si sa, in questi casi non servono a nulla, come pure l'insana curiosità di sapere che ha fatto
quello, cosa mai avrà combinato quell'altro. Non lo abbiamo mai chiesto, non ne abbiamo mai parlato, e,
tutto sommato non avrebbe cambiato nulla. Siamo stati per un periodo di tempo " tutti sulla stessa barca"
come appunto indica il titolo, e questo ci bastato.
Impossibile, a nostro avviso, ricavare un metodo da questa storia. Chiamare tutto ci˜, velaterapia, non ha
senso ed estremamente riduttivo, ma soprattutto diventerebbe ben presto uno strumento per "escludere",
per "curare". Siamo cos“ differenti gli uni dagli altri ed cos“ bello continuare ad esserlo, che nessun metodo
e nessuna terapia pu˜ contenerci tutti.
Un ultima cosa: non c' nessun trucco e non c' nessun miracolo, tutto estremamente semplice ed umano.
Con molta passione ci siamo imbarcati, con le nostre miserie, con i nostri affetti, e con un'infinità di dubbi,
tutti sulla stessa barca.
La modalità essenziale del racconto di questa storia il diario. I diari vengono scritti dai giovani durante le
crociere. Solo per quanto riguarda il soggiorno a Pescia Romana si preferito utilizzare lo strumento del
questionario aperto per i giovani del CGM. Lo abbiamo scelto forse per l'ansia di ben figurare, ma anche
perché ci permetteva di conoscere meglio i ragazzi che avevamo davanti.
In ogni esperienza la scrittura stata la compagna di viaggio, a volte usata come sfogo, a volte come
confidente, a volte come specchio per riflettere le emozioni e le sensazioni vissute.
La scrittura dei diari stata volutamente lasciata intatta, senza correzioni. Non solo per i ragazzi del CGM,
ma anche per i giovani istruttori, dove emergono conflitti, ansie e ammirazioni in identica misura. I diari ci
offrono paesaggi di un viaggio percorso non solo nel mare, ma anche nel proprio animo, dove si scorge il
significato di ogni esperienza che, attraverso convivenze difficili, attriti, sfide, tentativi di armonizzazione,
momenti irripetibili e magici, crea l'opportunità di una crescita completa.
La scrittura in questo caso diventa uno strumento straordinario con cui esprimere la propria fragilità e
sottolineare le volte in cui si rimasti anche quando il "mare" in burrasca. Ripaga il giovane scrittore, e ci
auguriamo, in buona misura anche il lettore con la gioia di scoprire le proprie risorse ed aprire nuovi spazi e
nuove prospettive future.
Anche la fragilità degli educatori, se riconosciute e accettate, diventano un'opportunità di crescita personale
e nello stesso tempo un esempio per i ragazzi Quando si parla di devianza giovanile, di ragazzi a rischio, di giovani delinquenti, si parla soprattutto di
guerra. Una battaglia a tutto campo che ognuno di loro gioca dentro di sé contro le proprie paure prima, e poi
fuori contro l’autorità, contro la famiglia, contro la società, contro l’altro.
Vivere ancora molte parti di sé come sconosciute induce spesso i giovani a considerarle nemiche, dei veri e
propri pericoli che covano dentro. Nel tentativo di disfarsene al più presto cercano di proiettarle fuori,
scegliendo di appiccicarle, di volta in volta, in quei soggetti che fanno paura o che li squalificano.
Nell’immancabile errore di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca, si arriva facilmente a tacitare i
propri sentimenti e quindi l’area del sentire, pur di non avvertire gli insopportabili fastidi, le paure e le
contraddizioni del nostro vivere quotidiano.
E’ importante riportare i ragazzi, ma se vogliamo anche noi operatori, verso un percorso di rivalutazione dei
sentimenti, dentro un contesto che ne possa permettere una riappropriazione serena e nello stesso tempo
profonda.
La barca a vela e il mare ci consentono di vivere questo “recupero”, attraverso un mondo complesso e
perfino minaccioso ma allo stesso tempo compensativo, gratificante. Vitale.
Barca e mare permettono all’individuo di vivere momenti esaltanti, per esempio con un forza sette e vento
sui trenta nodi, con le mani sul timone e secchiate di acqua iodata che pizzica negli occhi. Ma anche di
apprezzare alcuni momenti di solitudine (la guardia notturna o la fonda in una baia deserta) e di percepirne la
forza che fanno crescere dentro, a differenza della “guerra” in cui l’unica forza la dà il “branco”, per aver
condiviso con gli altri l’odio e la paura.
Rescator, con i suoi ospiti di bordo e il viaggio che compie, diventa un laboratorio di ricerca, di espressioni e
considerazioni diverse, a volte anche nuove (cercheremo di spiegarlo più avanti, durante questa prima parte
introduttiva). La barca ed il mare, sottratti ad un meccanismo estivo di moda ed elite, diventano un
“territorio” eccitante da una parte, ma anche sentimentalmente ed emozionalmente nutritivo dall’altra.
In buona sostanza la vita di bordo diventa un eco sistema adeguato per far riemergere “il sentire”, e
“l’ascoltare”, e per non disperdere gli effetti salutari di una buona educazione sentimentale.
Sono convinto che esiste una parte della nostra “società”, una parte trasversale, che appartiene a tutti gli
uomini indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla religione o da altro, ecc…, ma che forse in alcuni è più
sviluppata e in altri meno. E’ una consapevolezza in grado di costruire un tempo, uno spazio e un mondo di
relazione nuovi e diversi in sintonia sempre più con i sentimenti e sempre meno con l’utilitarismo di cui la
nostra società è pervasa. E’ una parte silenziosa a cui bisogna dare ascolto con straordinaria pazienza e
coraggio, perché non v’è dubbio alcuno che si tratta anche della parte più ricca.
…infinitamente più lungo e praticamente impossibile a identificarsi la legione, l’esercito di coloro che
lavorano per l’umanità in infiniti modi anche senza rendersene conto e che non aspirano mai ad alcun
possibile premio perché non hanno scritto opere, atti e comunicazioni accademiche… Esiste certamente un
esercito di anime pure, immacolate, e questo è l’ostacolo (certo insufficiente) al diffondersi di quello spirito
utilitario che in varie gamme si spinge fino alla corruzione, al delitto e ad ogni forma di violenza e di
intolleranza.
E ancora più avanti nel discorso:
mi fa impressione il fatto che una sorta di generale millenarismo si accompagni a un sempre più diffuso
comfort, il fatto che il benessere (là dove esiste, cioè in limitati spazi della terra) abbia i lividi connotati
della disperazione. (Eugenio Montale. Discorso tenuto in occasione del ricevimento del Premio Nobel.
1975)
Il nostro è il tentativo di far emergere in questi giovani la consapevolezza di questa parte importante e
preziosa: quello che segue ne è il racconto.
Il racconto di questa storia, perché sia chiaro che di una storia si tratta, inizia come sempre qualche anno
prima, con fatti, iniziative, alcuni imprevisti e molto altro ancora.Cercheremo di raccontarla (il plurale è
d’obbligo perché molti sono gli interpreti, e la maggior parte di loro ha voluto di proprio pugno farla entrare
qui dentro) priva di giudizi, di sottolineature blu e rosse sul tale errore o sulla tale decisione, priva in buona
sostanza di ogni più elementare divisione su ciò che è bene e ciò che è male (Comincia da qui la differenza?).
Una buona parte degli interpreti di questa, lasciatemelo dire subito, bella storia, non sono dei professionisti:
non lo sono i minori (in questo caso sono giovani messi alla prova o in attesa di giudizio, nessuno dei
partecipanti proviene dal carcere o ha misure restrittive di alcun genere) intrappolati nelle maglie della
giustizia, alcuni alle prime armi, troppo presto quindi per poterlo dire. Non lo sono i marinai, alcuni come
vedrete giovanissimi, che per la prima volta si cimentano in navigazioni interiori, non meno pericolose e
imprevedibili delle altre. Non lo sono gli operatori e le psicologhe dei servizi sociali, per altro bravissime nel
loro mestiere, e con una notevole carica umana, la cui scrivania ha però cominciato improvvisamente ad
ondeggiare creando spesso opportune perplessità.
I nomi reali, si sa, in questi casi non servono a nulla, come pure l’insana curiosità di sapere che ha fatto
quello, cosa mai avrà combinato quell’altro. Non lo abbiamo mai chiesto, non ne abbiamo mai parlato, e,
tutto sommato non avrebbe cambiato nulla. Siamo stati per un periodo di tempo “ tutti sulla stessa barca”
come appunto indica il titolo, e questo ci è bastato.
Impossibile, a nostro avviso, ricavare un metodo da questa storia. Chiamare tutto ciò, velaterapia, non ha
senso ed è estremamente riduttivo, ma soprattutto diventerebbe ben presto uno strumento per “escludere”,
per “curare”. Siamo così differenti gli uni dagli altri ed è così bello continuare ad esserlo, che nessun metodo
e nessuna terapia può contenerci tutti.
Un ultima cosa: non c’è nessun trucco e non c’è nessun miracolo, tutto è estremamente semplice ed umano.
Con molta passione ci siamo imbarcati, con le nostre miserie, con i nostri affetti, e con un’infinità di dubbi,
tutti sulla stessa barca.
La modalità essenziale del racconto di questa storia è il diario. I diari vengono scritti dai giovani durante le
crociere. Solo per quanto riguarda il soggiorno a Pescia Romana si è preferito utilizzare lo strumento del
questionario aperto per i giovani del CGM. Lo abbiamo scelto forse per l’ansia di ben figurare, ma anche
perché ci permetteva di conoscere meglio i ragazzi che avevamo davanti.
In ogni esperienza la scrittura è stata la compagna di viaggio, a volte usata come sfogo, a volte come
confidente, a volte come specchio per riflettere le emozioni e le sensazioni vissute.
La scrittura dei diari è stata volutamente lasciata intatta, senza correzioni. Non solo per i ragazzi del CGM,
ma anche per i giovani istruttori, dove emergono conflitti, ansie e ammirazioni in identica misura. I diari ci
offrono paesaggi di un viaggio percorso non solo nel mare, ma anche nel proprio animo, dove si scorge il
significato di ogni esperienza che, attraverso convivenze difficili, attriti, sfide, tentativi di armonizzazione,
momenti irripetibili e magici, crea l’opportunità di una crescita completa.
La scrittura in questo caso diventa uno strumento straordinario con cui esprimere la propria fragilità e
sottolineare le volte in cui si è rimasti anche quando il “mare” è in burrasca. Ripaga il giovane scrittore, e ci
auguriamo, in buona misura anche il lettore con la gioia di scoprire le proprie risorse ed aprire nuovi spazi e
nuove prospettive future. Anche la fragilità degli educatori, se riconosciute e accettate, diventano un’opportunità di crescita personale
e nello stesso tempo un esempio per i ragazzi che le possono riconoscere come condivise e superabili. Per
questo anche nelle relazioni e reazioni degli istruttori e/o operatori non abbiamo toccato nulla. E’ qui che
cominciamo veramente a credere di essere tutti sulla stessa barca Mauro Pandimiglio le possono riconoscere come condivise e superabili. Per
questo anche nelle relazioni e reazioni degli istruttori e/o operatori non abbiamo toccato nulla. E' qui che
cominciamo veramente a credere di essere tutti sulla stessa barca.
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